URLO DI CARTA

 

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"...si accorge forse che tutti i ragazzi per diventare uomini diventano poeti; ché la poesia è l'unico mezzo per raccontare sentimenti diabolici, avvenimenti terribili con la semplicità delle cose. " Sofia Brugnatelli - "Gli Ulissi-ebrei di Raissa Zevi"
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mercoledì, agosto 19, 2009
 

CIAO NANDA

ciao NandaLa Nanda Pivano che voglio ricordare é la solita Nanda Pivano che, una sera del 1983, arrivata  all'Entropia di via de Amicis a Milano in compagnia, se non sbaglio, di Gregory Corso  per ascoltare noi i ragazzi del "Gruppo Entropia", un gruppo formato da poeti scrittori pittori fotografi: artisti di diverse nazionalità.  Del gruppo quella sera erano presenti: Gassan Azzam, Paola Astuni, Sam Cosmai, Rosa Ambrico, Angela Cenerini bricenscky, Paolo Malini, Nanni Malpica, Nardino Cosmai, Matteo Pergolari, Giovanni Ventura, Nicolò Ferjancjc e altri ancora. Quella sera Nanda ci aveva omaggiato della sua presenza e io mi sentivo particolarmente emozionato.  L'ultima volta che l'ho vista alla Milanesiana giovedi 5 luglio 2007....."la faccia nascosta della luna e della vita", era stanca e affaticata ma i suoi occhi come sempre erano invece vivaci e scrutavano lontano come se avesse davanti il mare. Ecco perché da quella sera e nei giorni a seguire, uscendo dal teatro Dal Verme, la sua voce e quella di Laurie Anderson hanno trasformato per sempre i miei passi i gesti e i pensieri come foglie o piume leggere…perché mi abbracciarono con le loro melodie, da lasciarmi per sempre perdutamente innamorato.

Adieu Nanda

 

(Nardino leonardo cosmai)

 

“spirito”

 

Spirito
è Vita
Scorre attraverso
la mia morte
incessantemente
come un fiume
che non ha paura
di diventare
mare

 

 

“spirit”

 

Spirit

Is life

It flows thru

The death of me

Endlessly

Like a river

Unafraid

Of becoming

The sea

 

(Gregory corso)

postato da nardino | 16:27 | commenti


lunedì, aprile 06, 2009
 

victoriacosmai

IL TERREMOTO (e la diffidenza) DI BERTOLASO

“Prevedo un terremoto”… è la dichiarazione che una settimana fa viene fatta dal fisico Gianpaolo Giuliani, ricercatore dei Laboratori nazionali del Gran Sasso, durante una riunione d’urgenza con la commissione della protezione civile. Come dire, la voce autorevolissima di un fisico impegnato a studiare il Radom, gas sprigionato dalla crosta terrestre che gli indicava alcune anomalie da suggerirgli di lanciare immediatamente l’allarme serio nella sede preposta per ciò. La risposta di Guido Bertolaso, è stata altrettanto tempestiva, bisogna riconoscerlo, tanto da dichiarare di aver da subito richiesto una punizione esemplare contro quegli imbecilli (il fisico in questione sarebbe uno di loro) che si divertono a diffondere notizie false. E il fisico Gianpaolo Giuliani riceve una denuncia per procurato allarme. Purtroppo oggi la previsione del fisico Giuliani si è avverata, causando morti e distruzione di parte del territorio abruzzese. Se la Protezione Civile avesse ascoltato come informazione autorevole del fisico in questione, non avrebbe di certo evitato la distruzione di parte del territorio colpito dal terremoto, ma sicuramente avrebbe potuto evitato la morte di decine di persone. Ma l’Italia di indovini è piena e anche di maghi e santoni…Bertolaso evidentemente lo sa se viene da pensare che non prendendo in considerazione gli allarmi (veri) dei ricercatori, ci porta a chiederci chi siano i suoi interlocutori privilegiati. Ma sarà costretto, probabilmente dalla magistratura, a chiarire questi dubbi un giorno o l’altro, ce lo dovrà dire anche perché saranno probabilmente i suoi misteriosi interlocutori insieme a lui a dover rispondere “forse” di strage. Una cosa troppo seria per essere accomunata da una sua accusa oscena di procurato allarme dei giorni scorsi.

Nardino Cosmai

postato da nardino | 13:42 | commenti


venerdì, marzo 13, 2009
 
cosmai041

Di che cosa dovremmo aver paura

 

di Mihai Mircea Butcovan*

 

La paura nei confronti degli immigrati, soprattutto romeni, che attraversa l'Italia dopo gli ultimi casi di cronaca nera, l'esposizione mediatica e l'uso politico del "problema sicurezza". Riceviamo e volentieri pubblichiamo


Ancora una volta gli ultimi stupri di donne hanno riportato in primo piano, paradossalmente, invece del principio dell'inviolabilità del corpo e della mente delle donne, la questione della nazionalità dello stupratore. Di nuovo si pensa che la violenza sulle donne arrivi quasi esclusivamente con lo straniero, specialmente con il romeno, certamente meno «perbene» di quanto non sia lo stupratore italiano.

Ma urge una riflessione più ampia, prima di finire nelle solite semplificazioni che finora non hanno portato altro che dibattiti e provvedimenti emergenziali, raramente soluzioni concrete che possano invertire la tendenza a considerare la donna, quando non oggetto, comunque soggetto di diritti inferiori.

Perché il periodico «allarme stupri» è soltanto una parte di un più esteso «allarme sicurezza» a cui assistiamo da qualche anno nel Belpaese. Un «allarme sicurezza» che poi sembra giustificare spedizioni punitive e giustizia «fai da te», ma anche l'approvazione di misure restrittive della libertà delle persone in nome della libertà delle persone.

Ricevo in questi giorni molti messaggi di preoccupazione da parte di connazionali romeni. Hanno paura di... quelli che hanno paura e che «per paura», incendiano corpi, negozi, sentimenti e tutto quello che abbia a che fare con l'immigrazione. In questi giorni mi giungono anche molti messaggi di solidarietà. Arrivano da parte di alcuni connazionali italiani. Sono preoccupati per il futuro e per il crescendo dell'intensità di un vento razzista. E hanno loro stessi paura di quella gente che, ben ammaestrata da slogan politici e ben intontita dalla televisione, ha nuovamente paura dei romeni, dello straniero, dello sconosciuto. E forse anche del futuro.

L'efferatezza di certi delitti e di certe violenze non si discute. Ma dovremmo indignarci a prescindere dalla nazionalità dell'autore del reato. Anche quando lo stupratore arriva da cosiddette «famiglie perbene» italo-italiane. Anche quando la donna è molestata nelle case, nei luoghi di lavoro, nel linguaggio e nella «concessione di quote rosa». Mi risuonano ancora in mente le parole di una giovane italiana: «preferisco essere violentata da un italiano invece che da un marocchino».

Vedo in questi giorni alcuni cittadini italiani inclini a ronde di sicofanti, pronti a farsi giustizia da soli, propensi ai linciaggi in strada. Forse c'è la percezione di una giustizia che non funziona? In Italia non è poi così infrequente vedere altri cittadini impedire alla polizia di eseguire il mandato d'arresto nei confronti di mafiosi o criminali. Forse c'è la percezione di una giustizia che non deve funzionare?

Alimentato da molti leader politici si sta elettrizzando il clima nei confronti degli immigrati. E allora si usano, un tanto al chilo, parole come extracomunitari, clandestini, immigrati, stranieri, romeni, rom, per fare paura e per distrarre l'opinione pubblica. Ma un giorno non basteranno più tali parole per giustificare il degrado progressivo di questo paese.

Sono anni che traduciamo la Costituzione italiana nelle lingue degli immigrati. Vogliamo che la imparino prima o meglio dei cittadini con diritto di voto? E congediamo ancora, con diritto di voto, maturandi italiani verso le università senza aver mai parlato loro della «Legge» per eccellenza. Però molti cittadini chiedono al governo leggi per la sicurezza. E sono lì ad applaudire a leggi che, qualcuno li ha convinti, assicureranno loro... sicurezza.

Nel paese c'è un problema sicurezza? Questo è legato in modo indissolubile agli immigrati e ai romeni? Penso che anche Roberto Saviano abbia un «problema sicurezza». C'entrano gli immigrati? C'entrano i romeni? Anche certi giudici, tutori della legalità, che si chiamavano Falcone e Borsellino, avevano un problema sicurezza. Anche i loro agenti di scorta avevano un problema sicurezza. Senza paura sono saltati per aria insieme ai giudici che proteggevano. Non certo dagli immigrati.

Spesso anche i poliziotti o i carabinieri, nell'eseguire arresti o mandati di perquisizione si ritrovano con un problema sicurezza quando gruppi di cittadini vogliono salvare, questa volta dall'arresto, delinquenti recidivi. Hanno più di un problema di sicurezza i lavoratori e le lavoratrici senza tutele che s'infortunano o muoiono sul luogo di lavoro, quel lavoro che fonda la repubblica democratica e che scompare sempre più nelle fauci di una crisi annunciata.

E nel frattempo la paura dilaga. L'allarme produce paura nei cittadini che poi apprezzano nuove misure per la propria sicurezza. Senza rendersi conto che dentro a quelle misure, che sembrano fatte per «arginare l'invasione degli immigrati», si celano restrizioni della loro stessa libertà. Si dovrebbe, certo, ripartire dalla legalità, questo ci ricordavano i giudici di cui sopra, questo suggeriva anche Roberto Saviano. Ma alcuni loro connazionali non l'hanno presa bene.

Sono costretto ancora a ricordare che la responsabilità è individuale prima di essere collettiva, che non si può condannare un intero popolo, non si possono criminalizzare tutte le persone accomunate dal caso di essere nati in un luogo piuttosto che in un altro, in un paese di benessere piuttosto che di disagio profondo.

Eppure si terrorizza un paese intero con l'allarme sicurezza che deriverebbe dalla presenza di stranieri in Italia. Di questo «terrorismo psicologico» e di questo uso della comunicazione pubblica dovremmo avere paura.

Gli immigrati: quando sono vittime si dimentica la loro nazionalità, quando sono carnefici la loro provenienza viene enfatizzata in modo strumentale. Di questo modo di fare informazione dovremmo avere paura. E reagire con la conoscenza reciproca, che richiede sforzo, spazi editoriali, vetrine e finestre aperte sull'altro. A partire dalle finestre aperte sulla nostra storia. Per non essere costretti a subirla nuovamente, nei suoi aspetti più drammatici. E per non farci più la guerra. Di quest'ultima dovremmo invece avere paura.

Ma pure i miei connazionali romeni dovrebbero ricordare i momenti in cui alcuni di loro chiedevano a gran voce ai giornali italiani di specificare che certi cittadini romeni autori di reato erano «rom». Li avevo avvertiti: sarebbero stati poi vittime dello stesso modus operandi suggerito ai mass media italiani. Che cosa sarebbe successo il giorno in cui i delinquenti sarebbero stati «romeni doc»? Non abbiamo dovuto aspettare molto per scoprirlo.

Gli ultimi provvedimenti in chiave sicurezza minacciano, questo sì, i valori fondamentali della Costituzione italiana. Non l'abbiamo ancora applicata per intero. Si muore ancora, con o senza scorta, per difenderne i valori e già vogliamo cambiarla. Di quest'ultima prospettiva dovremmo avere molta paura.

 

(Questo articolo è stato pubblicato sul Manifesto il 17 febbraio 2009)

(da www.balcanicooperazione.it)


*Mihai Mircea Butcovan, narratore e poeta, è nato nel 1969 a Oradea, in Transilvania, Romania. In Italia dal 1991, vive a Sesto San Giovanni e lavora a Milano come educatore professionale nell’ambito del recupero dei tossicodipendenti.

postato da nardino | 12:36 | commenti (2)


domenica, marzo 01, 2009
 

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veto dei paesi arabi sulla partecipazione di Israele ai Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009

 

Il grande messaggio di pace che il direttore d’orchestra Daniel Baremboim sta portando in giro per il mondo con i suoi musicisti israeliani e palestinesi, dovrebbe essere colto come un segnale forte da “contaminare” anche lo sport… Ma perché questo possa avvenire, sarà necessario avere l’onestà e la determinazione di imporsi e non lasciare che la decisione di non far partecipare Israele ai “Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009” venga spostata sul piano politico dai vari fondamentalisti. Purtroppo per alcuni, pochi ma parecchio rumorosi, lo sport, la musica e le arti in genere sono considerati strumenti da combattere o censurare a seconda del colore della bandiera che lì si esprime e non invece un luogo o un metodo dove ognuno comunica all’altro con i propri strumenti (di pace) che siamo tutti insieme.

Nardino Cosmai

postato da nardino | 19:41 | commenti


martedì, gennaio 27, 2009
 
shoah ok
postato da nardino | 19:59 | commenti


lunedì, gennaio 26, 2009
 

vati1111Auschwitz copiamemoria

 

SHOAH   

GIORNO DELLA MEMORIA  27 GENNAIO 2009

La paura
Di nuovo l’orrore ha colpito il ghetto,

un male crudele che ne scaccia ogni altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.
I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.
Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.
Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore.
Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!
Eva Picková, anni dodici, (morta 18/12/1943)

 

 

Il giardino
E’ piccolo il giardino

profumato di rose,
è stretto il sentiero
dove corre il bambino:
un bambino grazioso
come un bocciolo che si apre:
quando il bocciolo si aprirà
il bambino non ci sarà.
Franta Bass (1930 – 1944)

SHOAH

...per non dimenticare
Si contraggono le parole
come ammassi di muscoli feriti
e sospese oscillano nel vuoto
le parole in piccoli frammenti vitali
Vacillano nude le parole
col carezzevole brusio del vento
e suoni inebrianti nell’aria
si disperdono smarriti
oscurandole

Simultanee
sbiadiscono le urla voragine
nel sentiero ruvido di costa
è un cumulo inerme
decomposto
a un palmo forse
di una scia naturale
infinito percorso
e presenza fissa

Sono luci metalliche
a galleggiar sulla schiuma
ormai livida
fumo che cinge disinvolto
corpi o resti di ciò che rimane
tracciando confini
nelle carni putrefatte
tra sguardi annebbiati

Un muro di pietre
con mille storie mute
a giacere supine
tra grovigli di sterpaglie
e roccia estirpata
mentre non molto lontano
tutto riprende a volare
nella polvere vitrea
e fondo di mare oscurato

Ma è solo uno sguardo infinito
nient’altro a insinuarsi
nel ventre gonfio
solo sguardi incrociati
a domandare
e fitti bagliori chiari
e fasci di luce
come di fuoco
a sonnecchiare
in quest’aria gravida di sogni

tutto ciò mentre impietrito
oscillando un poco
la faccia incollata al muro
e fisso nell’ombra
io attendo
il riproporsi d’un fruscio d’ali

un segno
oppure
un leggero sospiro
perché tanto so già
che nonostante tutto ciò
non più tardi di domani
rientrerà il tutto
come forma nuova
in qualche anfratto
nicchia di passioni esasperanti
e cunicolo di roccia cristallina
quel luogo accogliente e disperato
che è il mio cuore.
(Nardino Cosmai)

 

postato da nardino | 12:23 | commenti (1)


mercoledì, novembre 05, 2008
 

Obamacopia

“Ciao, Chicago!”

(Il discorso di Obama)

 

 

"Se c'è qualcuno lì fuori che ancora dubita che l'America sia un posto dove tutto è possibile; che ancora si chiede se il sogno dei nostri padri fondatori è vivo ai nostri tempi; che ancora mette il dubbio il potere della nostra democrazia: questa notte è la vostra risposta. E' la risposta delle code che si allungavano intorno alle scuole e alle chiese in numeri che questa nazione non aveva mai visto, della gente che ha aspettato tre e quattro ore, molti per la prima volta nella vita, perché credevano che questa volta dovesse essere diverso, che le loro voci potessero fare la differenza. E' la risposta che viene dai giovani e dai vecchi, dai ricchi e dai poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, indigeni americani, gay, eterosessuali, disabili e no. Gli americani hanno mandato un messaggio al mondo: non siamo mai stati solo una lista di individui o una lista di Stati rossi e Stati blu. Siamo, e sempre saremo, gli Stati Uniti d'America. E' la risposta che ha guidato quelli che si sono sentiti dire per tanto tempo di essere cinici e spaventati e dubbiosi su quello che possiamo ottenere, mettendo le loro mani sull'arco della storia e piegandolo una volta di più alla speranza di un giorno migliore. C'è voluto molto a venire, ma stanotte, per quello che abbiamo fatto in questo giorno in questa elezione in questo momento cruciale, il cambiamento è arrivato in America. Poco fa stasera ha ricevuto una bellissima telefonata dal senatore McCain. Il senatore McCain ha combattuto lungamente e duramente in questa campagna e ha combattuto anche più lungamente e duramente per il paese che ama. Ha sopportato sacrifici per l'America che la maggioranza di noi neanche possono immaginare. Siamo tutti migliori per i servigi resi da questo coraggioso, altruista leader. Mi congratulo con lui e mi congratulo col governatore Palin per quello che sono riusciti a fare. E aspetto con ansia di lavorare con loro per rinnovare la promessa della nazione nei mesi a venire. Voglio ringraziare il mio compagno in questo viaggio, un uomo che ha fatto campagna dal cuore e ha parlato per gli uomini e le donne con cui è cresciuto nelle strade di Scranton ... E con cui è andato in treno verso casa nel Delaware, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden. E non sarei qui stasera senza il sostegno incrollabile della mia migliore amica degli ultimi 16 anni, la roccia della nostra famiglia, l'amore della mia vita, la prossima first lady del paese... Michelle Obama. Sasha e Malia... Vi amo più di quanto potete immaginare. E vi siete guadagnate il nuovo cucciolo che verrà con noi alla Casa Bianca. E anche se non è più con noi, so che mia nonna sta guardando, insieme alla famiglia che mi ha fatto quello che sono. Mi mancano stanotte. So che il mio debito verso di loro è incommensurabile. A mia sorella Maya, a mia sorella Alma, a tutti gli altri fratelli e sorelle grazie per tutto il sostegno che mi avete dato, vi sono grato. E al manager della mia campagna, David Plouffe... L'eroe silenzioso di questa campagna, che ha costruito la migliore campagna politica, credo, della storia degli Stati Uniti d'America. E al mio principale stratega David Axelrod, che mi ha accompagnato in ogni passo della via. Alla migliore squadra di campagna mai messa insieme nella storia della politica: è merito vostro e vi sono grato per sempre per i sacrifici che avete fatto perché accadesse. Ma soprattutto, non dimenticherò mai a chi appartiene davvero questa vittoria. Appartiene a voi. Appartiene a voi. Non sono mai stato il candidato più probabile per questo incarico. Non abbiamo cominciato con molti soldi o molti sostegni. La nostra campagna non è nata nei corridoi di Washington. E' iniziata nei cortili di Des Moines e nei salotti di Concord e sui portici di Charleston. E' stata costruita da uomini e donne che lavorano che hanno tirato fuori i pochi risparmi che avevano per donare 5, 10, 50 dollari alla causa. Ha tratto forza dai giovani che hanno rifiutato il mito dell'apatia della loro generazione; che hanno lasciato le case e le famiglie per lavori che davano loro pochi soldi e ancor meno sonno. Ha tratto forza dai non più giovani che hanno affrontato il freddo intenso e il caldo afoso per bussare alle porte di assoluti sconosciuti, e dai milioni di americani che si sono offerti volontari e hanno organizzato e dimostrato che oltre due secoli dopo, un governo della gente, dalla gente e per la gente non è scomparso dalla Terra.

 

Questa è la vostra vittoria. E so che non l'avete fatto solo per vincere le elezioni. E so che non l'avete fatto per me. L'avete fatto perchè capite l'enormità del compito di fronte a noi: mentre celebriamo stanotte, sappiamo che le sfide che ci porterà domani sono le più grandi della nostra epoca: due guerre, un pianeta a rischio, la peggior crisi finanziaria da un secolo. Anche mentre siamo qui stasera sappiamo che ci sono coraggiosi americani che si svegliano nei deserti dell'Iraq e fra le montagne dell'Afghanistan per rischiare le loro vite per noi. Ci sono madri e padri che restano svegli quando i bambini dormono e si chiedono come pagheranno il mutuo o le parcelle del medico o come risparmieranno abbastanza per mandarli all'università. C'è una nuova energia da sfruttare, nuovi lavori da creare, nuove scuole da costruire, minacce da affrontare, alleanze da riparare. La strada davanti a noi sarà lunga. La salita sarà ripida. Forse non ci arriveremo in un anno o nemmeno in un mandato. Ma, America, non ho mai nutrito tanta speranza come stanotte che ci arriveremo. Ve lo prometto, noi come popolo ci arriveremo. PUBBLICO: 'Sì possiamo. Sì possiamo'. Ci saranno ricadute e false partenze. Ci sono molti che non saranno d'accordo con tutte le decisioni e le politiche che seguirò da presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema. Ma sarò sempre onesto con voi sulle sfide che affrontiamo. Vi ascolterò, soprattutto quando non saremo d'accordo. E soprattutto vi chiederò di partecipare nell'opera di rifare questo paese, nell'unico modo in cui l'abbiamo fatto in America per 221 anni, pezzo a pezzo, mattone dopo mattone, mano callosa su mano callosa. Quel che è cominciato 21 mesi fa nel profondo dell'inverno non può finire in questa notte d'autunno. Da sola questa vittoria non è il cambiamento che vogliamo. E non potrà succedere se torniamo alle cose com'erano. Non può succedere senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio. Quindi richiamiamo un nuovo spirito di patriottismo, di responsabilità, in cui ognuno di noi si decide a partecipare e lavorare più duro e a badare non solo a noi stessi ma agli altri. Ricordiamoci che se questa crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa, è che non è possibile che Wall Street prosperi mentre Main Street (la gente comune) soffre. In questo paese, cresciamo o affondiamo come una nazione sola e un popolo solo. Resistiamo alla tentazione di ricadere nelle stesse divisioni e nelle stesse meschinità e immaturità che hanno avvelenato così a lungo la nostra politica. Ricordiamoci che ci fu un uomo di questo Stato che per primo portò la bandiera del partito repubblicano alla Casa Bianca, un partito fondato sui valori della fiducia in se stessi e delle libertà individuali e dell'unità nazionale. Sono valori che tutti condividiamo. E se il partito democratico stanotte ha ottenuto una grande vittoria, lo facciamo con umiltà e determinazione per sanare le spaccature che hanno frenato il nostro progresso. Come Lincoln disse a una nazione ben più spaccata della nostra, non siamo nemici ma amici. Le emozioni possono forzare ma non devono spezzare i legami dell'affetto. E a quegli americani di cui devo ancora conquistare l'appoggio: non avrò ottenuto il vostro voto stasera ma sento le vostre voci. Mi serve il vostro aiuto. E sarò anche il vostro presidente. E a tutti coloro che guardano stasera al di là delle nostre spiagge, dai parlamenti e dai palazzi, a quelli che si raccolgono intorno alle radio negli angoli dimenticati del mondo; le nostre storie sono diverse ma condividiamo lo stesso destino; una nuova alba della leadership americana è a portata di mano. A quelli... A quelli che vorrebbero distruggere il mondo: vi sconfiggeremo. A quelli che cercano pace e sicurezza: vi sosteniamo. E a tutti coloro che si sono chiesti se il faro dell'America brilla ancora: stanotte abbiamo dimostrato una volta di più che la vera forza del nostro paese non viene della potenza delle nostre armi o dalle dimensioni della nostra ricchezza ma dal potere perpetuo dei nostri ideali: democrazia, libertà, possibilità, speranza incrollabile. E' questa la vera forza dell'America: che l'America sa cambiare. La nostra unione può essere migliorata. Quel che abbiamo già ottenuto ci dà speranza per quel che possiamo e dobbiamo ottenere domani. Questa elezione ha visto molte prime, molte storie che saranno raccontate per generazioni. Ma una che ho in mente stasera riguarda una donna che ha votato a Atlanta. Somiglia molto ai milioni di altri che si sono messi in fila per far sentire la loro voce in questa elezione, a parte una cosa: Ann Nixon Cooper ha 106 anni. E' nata appena una generazione dopo la schiavitù, quando non c'erano automobili in strada né aerei in cielo; quando una come lei non poteva votare per due ragioni: perché era una donna e per il colore della sua pelle. E stasera penso a tutto quello che ha visto nel suo secolo in America: i dolori e la speranza, la lotta e il progresso, le volte che ci hanno detto che non potevamo, e la gente che è andata avanti col credo americano: Sì che possiamo. In un momento in cui le voci delle donne venivano fatte tacere e le loro speranze distrutte, lei è vissuta fino a vederle alzarsi in piedi e prendere la scheda. Sì possiamo. Quando c'era solo disperazione nella polvere e la depressione in tutto il paese, ha visto una nazione che sconfiggeva la paura stessa con un New Deal, nuovi lavori, un nuovo senso di scopo comune. Sì, possiamo. PUBBLICO: Sì possiamo. Quando le bombe sono cadute sul nostro porto e la tirannia minacciava il mondo, lei era lì a testimoniare una generazione che si elevava all'eroismo e una democrazia che veniva salvata: sì possiamo. PUBBLICO: Sì, possiamo. Lei c'era per gli autobus a Montgomery, gli idranti a Birmingham, un ponte a Selma, e un predicatore di Atlanta che disse a un popolo che 'We Shall Overcome', 'noi ce la faremo'. Sì, possiamo. PUBBLICO: Sì, possiamo.  Un uomo ha camminato sulla luna, un muro è caduto a Berlino, un mondo è stato messo in rete dalla nostra scienza e dalla nostra fantasia. E quest'anno in questa elezione, lei ha messo il dito su uno schermo e ha votato, perché dopo 106 anni in America, attraverso i tempi migliori e le ore più buie, lei sa come l'America può cambiare. Sì, possiamo. PUBBLICO: Sì possiamo. America, abbiamo fatto tanta strada. Abbiamo visto tanto. Ma c'è ancora tanto da fare. Stasera chiediamoci: se i nostri figli dovessero vivere fino a vedere il prossimo secolo, se le mie figlie fossero così fortunate da vivere tanto quanto Ann Nixon Cooper, che cambiamenti vedranno? Che progressi avremo fatto? Questa è la nostra opportunità di rispondere. Questo è il nostro momento per ridare alla nostra gente il lavoro e aprire porte dell'opportunità ai nostri bambini, per ridare la prosperità e promuovere la causa della pace; per reclamare il sogno americano e riaffermare quella volontà fondamentale, che di tanti, siamo uno; che finché abbiamo respiro, abbiamo speranza. E se troviamo davanti a noi il cinismo e i dubbi e chi ci dice che non possiamo, risponderemo con quel credo senza tempo che riassume l'intero spirito di un popolo: sì, possiamo. Grazie. Dio vi benedica. E Dio benedica gli Stati Uniti d'America."

 

 

  (da APCOM)

postato da nardino | 20:44 | commenti


lunedì, novembre 03, 2008
 

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ILAN RAMON E IL SUO DIARIO DELLE STELLE

Lo chiamano il "diario delle stelle". Quando l'esploratore di una tribù indiana del Texas li ha trovati erano soltanto un impasto di carta, piovuto da sessanta chilometri di altitudine e dopo aver superato due mesi di pioggia e sole. Alla Nasa nessuno aveva capito che cosa fossero. Poi hanno pensato di far vedere le pagine alla vedova di Ilan Ramon. Un'equipe israeliana ha ora reso leggibili gli "appunti dal cielo" di Ilan Ramon, uno degli astronauti dello shuttle Columbia morto il primo febbraio 2003. I brandelli di carta sono per miracolo sopravvissuti al mostruoso calore dell'ultimo tuffo della navetta spaziale nell'atmosfera. La scrittura ebraica di Ramon ha resistito a temperature di mille gradi centigradi. Le diciotto pagine, ricavate mettendo assieme frammenti piccoli come un'unghia, utilizzando un software a infrarossi per scovare le parole, sono esposte al museo di Gerusalemme per il sessantesimo anniversario dello stato ebraico. Accanto al diario di Adolf Eichmann e all'ultima melodia della pace cantata da Yitzhak Rabin prima che fosse ucciso. "E' un miracolo che sia sopravvissuto" dice il curatore del diario, Yigal Zalmona. Le pagine di "Ilan shelanu", il "nostro Ilan", come lo chiamano gli israeliani, raccontano gli ultimi giorni di un uomo che portò con sé dei simboli legati alla storia del proprio popolo, come un pugno di terra d'Israele e un bicchierino da shabbath. Figlio di sopravvissuti ai campi di concentramento, Ramon aveva anche un disegno della terra vista dalla luna fatto da un bambino, Peter Ginz, ucciso ad Auschwitz.

Fra le pagine recuperate è leggibile quella sui dubbi religiosi di Ramon. Come rispettare il riposo dello shabbath se nello spazio il sole sorge e tramonta sedici volte al giorno? "No. No. Non ci credevo. Fino a che i motori non si sono accesi, ho avuto dubbi che non saremmo partiti", ha scritto Ramon. Come osservare il kiddush, il brindisi del sabato, in assenza di gravità? Ramon decise di recitare le preghiere tenendo in mano una bottiglia di vino chiusa. Poi, con una cannuccia, ne bevve un sorso. Scrisse Ramon: "Assaf, mio primogenito. Ogni notte guarda al cielo e pensa a me che gli giro attorno. Un poco lontano ma vicino col cuore. Ti amo. Mi manchi. Prendi cura di te stesso di tua madre e dei tuoi fratelli". Il colonnello diceva che il suo volo "ha un valore molto simbolico per Israele, soprattutto per i sopravvissuti all'Olocausto". Anche la sua Torah era sfuggita alla distruzione. Gliela aveva affidata lo scienziato Joachim Joseph, che ricevette in dono il volume da un rabbino morto a Bergen- Belsen cui aveva promesso che avrebbe raccontato la sua storia se fosse scampato all'Olocausto. Infine, Ramon aveva con sè una moneta coniata a Gerusalemme poco prima che i romani distruggessero il Tempio e con impressa la scritta: "Salvezza per il popolo d'Israele". Sono passati sessanta secondi dal momento in cui l'equipaggio si è accorto del guasto e la disintegrazione del Columbia. "Ogni secondo è come venti anni", ha detto il padre di Ramon, Eliezer Wolferman. "Non posso spiegarlo, ma lo spazio è inferno, inferno". Dopo quel volo Ramon "è diventato per sempre parte dell'universo". Non ci è arrivata la porzione di diario del suo "dvar Torah", il messaggio dalla Torah. Si sa soltanto che parla della B'shalah, la liberazione dalla schiavitù in Egitto. Resterà per sempre indecifrabile. Come nella leggenda che narra del mistico ebreo Baal Shem-Tov: incontrò il Messia e gli chiese quando sarebbe disceso sulla Terra; la risposta fu: "Quando il vostro messaggio arriverà in cielo".                                

(da fuoridalghetto.blogosfere.it)

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mercoledì, settembre 10, 2008
 

Rsf chiede protezione per i giornalisti rifugiati

 

Un maggiore impegno per i giornalisti rifugiati. È la richiesta di Reporters sans frontières, che per questo ha contattato i ministri dei 27 Stati dell’Unione Europea responsabili in materia. “È necessario fare di più – dichiara l’associazione – per proteggere quei tanti giornalisti forzati all’esilio per sfuggire alle repressioni dei propri governi”. La gran parte dei reporter in tale situazione proviene da Eritrea, Iran, Iraq o Sri Lanka. Queste persone hanno serie difficoltà nell’ottenere asilo, principalmente a causa dei tempi burocratici dell’alto commissariato per rifugiati delle Nazioni Unite e anche per la non sempre fattiva collaborazione delle ambasciate nel garantire i visti.

Molti di questi giornalisti si trovano costretti a rischiare la propria vita con un’immigrazione illegale. Reporters sans frontières chiede perciò che le procedure vengano semplificate e che si riconosca nell’Unione Europea lo status di operatore dell’informazione rifugiato. Queste richieste sono state portate avanti dall’associazione in occasione della conferenza di Parigi di due giorni fa, proprio sul tema della costruzione di un’Europa che offra asilo, “Building a Europe of Asylum”.

(da "agenda del giornalista")

postato da nardino | 15:26 | commenti


lunedì, agosto 11, 2008
 

 

DALIA RABIKOVITCH

narnice-009Cos'è l'amore ? ho chiesto a Idò
lui m'ha guardato brusco di traverso
e mi ha detto con rabbia o compassione:
se ancora non lo sai
non lo saprai mai più.
E allora io gli ho detto senza rabbia e senza compassione
ma con sguardo accattivante, un poco divertito
io lo so cos'è l'amore
volevo solo controllare la tua verbalità
la tua capacità di espressione in ebraico,
e poi volevo anche un pizzico di rabbia e compassione
per non perdere la tensione,
perché non si cominci ad annoiarsi a vicenda
e non si bisticci e non ci si chieda scusa,
e poi mi ci rodo,
io lo so cos'è l'amore.
Amo te, per esempio.

(il 21 agosto del 2005 è morta una poetessa...per non dimenticare Dalia Rabikovitch)

postato da nardino | 18:35 | commenti